Burnout del recruiter: come riconoscerlo e sopravvivere

Burnout del recruiter: come riconoscerlo e sopravvivere

Chi l’ha detto che i recruiter non possono finire in burnout? Può succedere più spesso di quanto si pensi di sentirsi in quello stato di esaurimento mentale, ma anche fisico ed emotivo in cui ci si trova allo stremo delle proprie forze. 

Secondo l’OMS, il burnout è una forma di stress lavorativo che va gestita e che di solito colpisce le cosiddette “helping profession” ossia le professioni d’aiuto come medici, infermieri, insegnanti. Ma anche chi si occupa di recruitment e deve gestire il personale, può incorrere in una situazione simile. Che non è affatto da trascurare, anzi, è bene riconoscerne i segnali per evitare di arrivare allo stremo. 

In questo articolo vediamo cos’è il burnout ancora più nel dettaglio, quali sono i principali sintomi, perché avviene anche nel recruiting, quanto c’entra la tecnologia e come possa aiutare a sopravvivere a tutto questo. 

Cos’è il burnout e perché può interessare i recruiter

Burnout è un’espressione mutuata dal mondo anglosassone ma che ormai è diventata familiare anche nella nostra lingua. Vuol dire “bruciarsi”, “esaurirsi” e ciò si verifica quando una persona vive un grande stress lavorativo che le impedisce non solo di essere lucida, ma anche di affrontare tutte le attività quotidiane con successo. 

Chi è colpito da burnout si sente senza forze, stremato e non più in grado di gestire il carico di lavoro quotidiano con le risorse che ha a disposizione.

Chi ne è soggetto si rende infatti conto di non essere più in grado di sopperire a nessuna richiesta. Come dicevamo, infatti, il burnout colpisce in particolare le helping profession ossia i medici, gli infermieri, gli insegnanti, i poliziotti, ma non solo: chi ha costantemente a fare con il pubblico. In generale, possiamo dire che a rischiare di finire in burnout sono tutti coloro che fanno un lavoro per il quale si mettono a disposizione degli altri e hanno come obiettivo finale quello di risolvere i loro problemi e garantire il loro benessere.

I principali sintomi della sindrome da burnout 

come superare il burnout

Prima però di vedere quali sono le cause del burnout nel recruiting, vediamo come riconoscerne i sintomi che possono essere vari e non tutti verificarsi nello stesso momento. 

Sicuramente a contrassegnare il burnout c’è il senso di esaurimento e quella sensazione di non avere più energie. Ci si sente svuotati e annullati dal proprio lavoro, senza più riconoscersi in esso. 

Si comincia poi ad avere un distacco mentale verso il proprio ruolo o ad assumere atteggiamenti negativi e cinici. Questo sia nei confronti del lavoro stesso ma anche delle persone che invece si dovrebbero aiutare. 

Nel caso del recruiter ciò può diventare controproducente nei confronti di un candidato/a e del colloquio che si porta avanti fino ad arrivare a comprometterne il risultato. Un atteggiamento simile si può avere anche con altri membri del team HR, con i propri superiori e le persone dell’azienda. Tutto ciò si traduce ovviamente in una minore efficienza che può portare a un crollo dell’autostima. 

Altri sintomi del burnout possono essere: 

  • demotivazione
  • rigidità
  • resistenza ad andare al lavoro
  • difficoltà di concentrazione
  • senso di colpa, rabbia, frustrazione
  • agitazione
  • tristezza continua
  • tendenza a isolarsi 
  • preoccupazione costante

Tutto questo dal punto di vista fisico può tradursi in: 

  • senso di soffocamento o senso di pesantezza al petto
  • tachicardia
  • insonnia
  • mal di testa
  • nausea o problemi digestivi
  • tremori
  • sudorazione

Sono solo alcuni dei segnali fisici che fanno capire che il corpo, oltre alla mente, non ce la fa più.

Quali sono le cause del burnout nel recruiting?

cause burnout recruiter

Se lavori come recruiter devi prestare attenzione a questi segnali e allo stesso tempo identificare le cause che possono portare a tutto ciò, in modo da capire quando è il momento di fermarti. Anche perché, questi ultimi 2 anni, contrassegnati dalla pandemia, hanno colpito non poco i recruiter: per molti di loro è aumentato il livello dello stress in maniera esponenziale, per altri si è trattato un aumento drastico.

Ma quali sono le cause di burnout per un recruiter?
Eccone alcune:

  • lo stress causato dalla pandemia ha colpito i recruiter in modi diversi: in alcuni contesti lavorativi molti di essi si sono trovati a dover far fronte a una grande mole di lavoro. In generale quasi tutti hanno dovuto riorganizzare i processi di ricerca e selezione, digitalizzandoli il più possibile e rinunciando ai colloqui in presenza, modalità a cui non tutti erano abituati. Chi, oltre al recruiting, all’interno della propria organizzazione si occupa di HR, si è trovato a fare i conti con attività non preventivate come organizzare lo smart working, seguire ancora di più i team, capire come progettare momenti di incontri virtuali ecc;
  • il fatto di doversi adattare al lavoro in modalità smart (con conseguenze ancora più gravi per i genitori che si sono ritrovati a gestire i figli in DAD);
  • la perdita del work-life balance e l’avere trasformato la propria abitazione in ufficio;
  • l’isolamento prolungato e la mancanza di contatti dal vivo;
  • l’intensità del lavoro per assumere candidati in poco tempo o gestire tutte le assunzioni compresi i momenti di digital onboarding ;
  • le minacce di tagli al personale.

Se alcune cause possono riguardare anche altri lavori, c’è da dire che nel caso del recruitment è proprio la tipologia del lavoro a generare il burnout del recruiter.
Si può per esempio verificare quando un HR sente che non riuscirà a raggiungere il successo nonostante il grande impegno profuso. Anche perché, come sai, tante cose non dipendono solo dal tipo di lavoro che si fa e da come lo si svolge.

Per esempio i recruiter lamentano spesso, e non a torto, la mancanza di risorse. Chi si trova a lavorare da solo o con un team inferiore a quello che servirebbe, è sopraffatto dalle candidature, da mail cui rispondere, feedback da inviare. Tutto ciò non aiuta il professionista ad avere quell’attenzione alle persone che dovrebbe contraddistinguere il suo lavoro.

Inoltre lo stesso processo di ricerca e selezione può essere molto impegnativo e richiedere un tempo molto lungo per valutare i candidati migliori e trovare quello più adatto. Come sappiamo, non sono poche le aziende che perdono persone potenzialmente adatte per uno screening che si protrae nel tempo.

Senza dimenticare che, quando si tratta di portare avanti un iter di assunzione, bisogna considerare e valutare diversi dati e che farlo da più fonti diventa complesso oltre che impegnativo. Non a caso gli HR Analytics sono un trend anche per il 2022.

Dallo stress da lavoro al virtual burnout

Lo stress da lavoro poi può evolversi nel cosiddetto virtual burnout che è l’altro lato della medaglia della flessibilità.
Se molti dipendenti, infatti, non sono disposti a lavorare per aziende che non prevedano lo smart working, è anche vero che quello che di fatto è un remote working può portare a uno stress non da poco.

Fissare uno schermo per oltre 8 ore al giorno può diventare controproducente per un recruiter che, anche se riesce a raggiungere i suoi obiettivi, si trova comunque a fare un lavoro che è sulla carta basato sulle relazioni, ma di fatto senza incontrare nessuno. 


Per non parlare poi delle continue riunioni o del dover fare colloqui a distanza con tutti i problemi che questo può comportare.
Per sopperire a tutto ciò, un recruiter può per esempio trasformare il modo di fare le riunioni con il suo team. In che senso? Magari decidere di vestirsi tutti con un colore o usare una parete simile come sfondo o ancora fare un giro virtuale della casa o mostrare i propri animali domestici.

Un’altra idea per evitare il virtual burnout può essere organizzare delle attività ludiche come il condividere la ricetta di un membro del team, prevedere delle lezioni di stretching tutti insieme, sia ognuno a casa propria che magari incontrandosi in un parco all’aria aperta.

Come sopravvivere al burnout: i rimedi

Sono diversi i modi grazie ai quali sopravvivere al burnout. Tra questi fissare degli obiettivi raggiungibili e quando gli obiettivi vengono dati da AD o direttore generale, provare a far capire perché non è facile raggiungerli con le risorse che si hanno a disposizione. Discutere, anziché accettare di buon grado, quanto viene richiesto può essere una maniera per evitare stress in futuro. 

Altra cosa altrettanto importante è saper delegare e chiedere aiuto: spesso si finisce in burnout perché si concentrano su di sé tutte le responsabilità e i compiti a esse connesse e si finisce con l’accorgersi di non essere in grado. Costruire dei team con collaboratori che siano di supporto in ogni momento è importante.

Così come lo è anche dormire a sufficienza e cercare di trovare, anche quando si lavora da casa, degli spazi da dedicare alla vita privata. Questo per evitare di incorrere nell’errore che siccome si è a casa, bisogna usare tutto il tempo a disposizione per lavorare. Darsi delle regole come uscire in pausa pranzo o a metà pomeriggio per fare una passeggiata, fare dello sport o dedicarsi a un hobby è importante. Così come evitare di mettersi al computer dopo una certa ora come una volta finito di cenare o prima di andare a dormire.

Come la tecnologia può aiutare a superare il burnout del recruiter

La tecnologia in tutto questo può avere un ruolo molto importante se non cruciale. Tra le cause del burnout abbiamo visto c’è il fatto di dover affrontare dei lunghi processi di recruiting.
Un software ATS come In-recruiting ti può aiutare a renderli più strutturati e organizzati, a gestire meglio le candidature che arrivano, a inviare i feedback per tempo. Oltre a delegare ad altre persone del team che accedono alla piattaforma e possono vedere quanto fatto finora. 

Inoltre, si possono gestire al meglio i videocolloqui con una piattaforma che evita tutti i vari problemi tecnici e, last but not least, con un software puoi gestire al meglio la mole di dati connessi ai vari candidati. Il che è un’ottima risorsa anche quando si tratta di puntare sul recruitment interno o di organizzare una talent pool.

La tecnologia può essere la risposta allo stress eccessivo e un modo per fermarsi giusto in tempo. Anche perché un recruiter in burnout non è di aiuto né a sé stesso né all’azienda.

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